Un nugulo di nuvole si addossò sopra la distruzione e vi rovesciò tante gocce di pioggia che parvero lacrime davanti agli occhi bagnati di quattro figure che non riuscivano a distogliersi da quelle macerie nella quale forse vi era ancora una traccia del loro fratello, ma erano troppo sconvolti per anche solo avvicinarsi al luogo che aveva dato la morte a Raffaello. Michelangelo non riusciva a trattenere neanche uno dei fiumi che con un reclamo violento gli scivolavano su guance e collo: diamine! E pure doveva essere forte! Ma le gambe gli tremavano come la prima volta in cui dovette dimostrare le sue abilità ninja e questo lo costrinse ad inginocchiarsi per riprendere un fiato che non gli mancava ed una forza che credeva di aver perduto per sempre. Neanche Don riusciva ad opporre una resistenza migliore, però provava a nascondere quel dolore mescolandolo con la pioggia rivolgendo il viso al cielo forse in uno stato di ultima preghiera ad un Dio che nella sua logica era sempre esistito e che molto probabilmente sarebbe esistito anche in futuro, ma non per lui e la sua felicità. Leonardo era l'unico quasi lucido: era il leader, il guerriero d'acciaio! Colui che non si era piegato sotto i colpi di dozzine di ninja e solo quando aveva capito che alla loro guida c'era Shredder, il coraggio e lo spirito di sopravvivenza erano iniziati a venirgli meno. Ma quel atmosfera di morte e di continuo sfogo, non fecero altro che l'effetto contrario: qualche lacrima premeva per uscire, ma lui scosse la testa scacciandole in malo modo, come se fossero state un veleno che a contatto con la pelle lo avrebbe ucciso. Una mano gli si appoggiò sulla spalla e la strinse come a regalare un'energia inesistente: il maestro Splinter si avvicinò ai propri figli zoppicando leggermente per via della botta contro il muro. Molto probabilmente sarebbe toccato a lui rialzare dalla disperazione i suoi figlioli: il capo della famiglia in fin dei conti era lui! Sorrise pensando che Raffaello aveva sempre fatto la parte del ribelle e di come era stato difficile sin da quando aveva iniziato ad arrivare ai dieci anni, insegnargli le arti del ninjitsu cercando di arrabbiarsi il meno possibile per la sua insofferenza nel sapere che c'era un mondo fuori che lui non poteva conoscere... Ricordi lontani, ma ora come ora non facevano che riaffiorargli nelle memorie. "Michelangelo, alzati ora." Sussurrò mentre l'arancio provava con una fatica incredibile a sostenersi sui piedi: aveva mal di testa e gli sembrava che scoppiasse ad ogni piegamento di un qualsiasi muscolo, ma si tenne ben saldo e non vacillò nemmeno una volta perché doveva provare ad avere la stessa forza del suo sensei. Donatello riportò la testa a fissare verso una linea orizzontale cercando qualche parola per incoraggiare il fratello minore che non aveva mai visto tanto sconvolto. Tuttavia qualche volta un gesto vale più di mille parole ed un abbraccio fu l'unica cosa che riuscì a regalare all'arancio. Mick ricambiò la stretta senza piangere, ma confortato dalla vicinanza di Don che come lui era riuscito a sfogarsi un po'. Leonardo si avvicinò ai due e con rassegnazione diede ad entrambi una pacca sulla spalla come a voler sostituire la frase: -Forza ragazzi! Bisogna continuare!- Ma egli stesso faceva fatica a sopportare l'idea che avrebbe dovuto andare avanti e mettere una pietra sopra l'evento. Il maestro sorrise malinconico ai tre ed appoggiandosi al bastone per migliorare l'andatura affermò semplicemente, con la morte nel cuore. "Andiamo a casa ora: rischiamo di dare nell'occhio." Un ninja come lui non poteva mostrare i suoi sentimenti proprio in quel momento in cui i suoi allievi avevano completa fiducia in lui e lo consideravano una roccia che non sarebbe mai crollata, neanche di fronte ad un tale lutto. I tre annuirono senza protestare o ribattere nient'altro: con lentezza Don afferrò il suo zaino che gli era scivolato per via dell'esplosione e con una vana speranza, osservò il suo rintracciatore di segnali da parte di uno dei loro quattro cellulari, ma niente di niente...Non vi era nessun puntino rosso che lampeggiasse sulla mappa della città. Mick strofinò via le ultime goccie dal suo volto che fossero di pioggia o di lacrime e voltò subito il corpo verso la parte opposta delle rovine: non voleva rimettersi a piangere. Leo lanciò una lunga e penetrante occhiata alle macerie del palazzo, scrutandole come se fossero state le portatrici di una grande verità, però la sua ricerca non fruttò alcun risultato. Il sensei volse lo sguardo verso il figlio maggiore e non volle sopportare oltre: si avvicinò a lui e gli mise una mano sulla stessa spalla di prima. La tartaruga si girò. "Sì sensei?" Lui rispose stancamente. "Leonardo...Tu sei il capo?" La Teenage Turtle lo scrutò perplesso. "Ehm...Credo di no, visto che è lei il capo famiglia." Splinter sorrise. "Ed allora perché ti trattieni dal piangere? Sono io il padre ed ho intenzione di ricoprire questo ruolo fino alla fine dei miei giorni, anche se questo dovesse comportare il non avere mai debolezze..." Il blu fece per dire qualcosa, ma il maestro lo fermò con un gesto. "...Invece tu sei ancora un ragazzo, nonostante il fatto che hai già compiuto imprese che ti hanno fatto diventare un uomo, rimani pur sempre giovane ed i giovani hanno le lacrime in tasca..." Il blu abbassò lo sguardo provando a trattenere uno sfogo, sebbene nel suo cervello iniziassero a formarsi frasi ed immagini a non finire: -Era tuo fratello...Hai riso, scherzato, combattuto, pianto e soprattutto litigato, anche se alla fine vi perdonavate a vicenda...Davvero riesci a trattenerti?! Pensi sul serio di farcela?! Sei sicuro di poter rimanere impassibile?!- Tutto il corpo iniziò a tremargli, scosso da violenti fremiti che reclamavano il rigetto di qualcosa. Il sensei rafforzò la stretta. "Sfogati ora che puoi Leonardo! Quando diventerai tu il capo della famiglia non lo potrai più fare." E con torpore poi con sempre maggiore velocità, qualche fiume iniziò a formarsi dagli occhi del propietario dei katana fino a bagnargli quasi tutta la faccia, peggio della pioggia. Morse il labbro inferiore tanto da ferirlo e si aggrappò al corpo del maestro, sussultando ad ogni singhiozzo che lo scuoteva fin dalla punta dei piedi. "Raf non c'è più...Se ne è andato...Ci ha lasciato!" Pianse buttando fuori le parole come se si dovesse separare da una cosa molto importante. Splinter lasciò che liberasse la rabbia e la disperazione che in quel momento Leo si sentiva di lasciare: lui e Raffaello erano sempre stati i bastian contrari del gruppo e se uno avesse sostenuto una posizione, l'altro di rimando sarebbe stato il suo avversario. Ma si volevano bene e tanto. "Ti sei calmato?" Il blu si riappoggiò sulle proprie gambe distrutto, però annuì convinto altrimenti non si sarebbe rialzato più da una caduta del genere. Il maestro alla fine affermò. "Ora andiamo: sento delle sirene ed è meglio essere lontani al loro arrivo." Questa volta non ci fu nessun conto da saldare: tutti e quattro erano pronti per allontanarsi definitivamente da quel luogo o almeno era questa l'intenzione... Un suono sordo e tintinnante apparve e scomparve nell'aria, ma questo bastò a Donatello per voltarsi: un calcolatore come lui non poteva permettersi di tralasciare niente e forse questa sua dote si era rivelate un bene. Per terra vi era un'arma e non una qualunque: un pugnale sai. Il viola si avvicinò ad esso quasi incantato da tale apparizione e lo raccolse con delicatezza: acuminato, però annerito da fiamme e sangue...E decorato con una fascia rossa... "Ragazzi!" L'urlo del proprietario del bastone bo, risvegliò Leo, Mick e Splinter che si voltarono e chiesero allarmati per il tono della sua voce. "Che cosa è successo?" Lui alzò il braccio che teneva l'oggetto. "Ho trovato un sai di Raffaello: forse è ancora vivo!" * "Ahia!" "Shhh! Strilla piano se proprio devi farlo!" "Ma non è colpa mia se i cocci di vetro vogliono venirmi sotto i piedi!" Si lagnò in risposta la voce che aveva strillato. "Fossi in te starei attento a dove metto i piedi." Sentenziò una terza persona continuando il percorso non badando ai piagnistei dell'altro. L'altro offeso replicò aspro. "Se voi non mi aveste svegliato nel cuore della notte perché avevate sentito un rumore d'esplosione, a quest'ora io starei nel mio comodo e caldo letto a ronfare come una buona anima." Colui che all'inizo lo aveva zittito ribatté pacato. "Vogliamo controllare se fra le rovine, prima che arrivino gli sbirri, ci sia qualcosa di utile da poter rivendere oppure da utilizzare nella nostra attività ed è per questo che abbiamo lasciato le ragazze e gli altri a dormire." "Allora perché avete svegliato me?!" Domandò isterico cercando di apparire fragile ed innocente. "Perché tu sei l'unico che riesce a capire il valore di un oggetto dandogli una semplice occhiata." Spiegò secco il terzo figuro inoltrandosi nella casa disabitata dalla quale stavano passando per raggiungere le macerie. Il ragazzo sbuffò rassegnato e riprese a camminare, questa volta con maggiore prudenza. La loro camminata durò fino ad un certo punto perché all'improvviso udirono un rumore piuttosto strano. Il ragazzo che aveva urlato all'inizio si nascose dietro il corpo della seconda voce. "Ho paura!" La terza voce si diresse con circospezione verso la fonte di paura del ragazzo e furtivamente attraversò la porta della stanza incriminata. All'interno vi era un muro crollato, quasi attaccato alla parete del laboratorio saltato e la cosa più inquietante era che in mezzo ai mattoni vi era una mano che sbucava fuori. "Venite qua voi due: forse c'è un uomo morto!" Subito gli altri si precipitarono dentro ed aiutarono il giovane a tirar fuori il corpo di un ragazzo o almeno fino al torace. "Davvero è deceduto?" "Non essere così pessimista oltre che lagnoso Archie! Respira ancora, anche se è conciato piuttosto male." Molte ferite comparivano sul corpo del giovane. Archie si volse verso il secondo figuro e chiese. "Tu cosa ne pensi Doc?" L'altro si asciugò un sudore freddo che gli colava sul mento e rispose. "Sarebbe meglio portarlo in ospedale e mi sa che uno di noi gli dovrà prestare qualcosa da mettersi: non penso che abbia i pantaloni, visto che il torace è completamente nudo." Il terzo personaggio si tolse la felpa che era talmente larga da sembrare un vestito e con l'aiuto degli altri due, la fece indossare allo svenuto e svolgendo tale operazione, notarono che il ragazzo stringeva alla mano destra, che era ancora intrappolata nella frana, una strana arma. "E questa che diamine è?!" Domandò il terzo personaggio impugnandola. Archie sorrise. "E' un pugnale sai, fatto in acciaio con l'elsa piuttosto curata, proveniente dal Giappone sicuramente: il suo valore potrebbe ammontare attorno ai mille dollari, caro il mio Kick!" Il ragazzo spalancò gli occhi sbalordito. "Wow! Sei davvero un genio Archie." Lui però perse il sorriso e sbuffò. "Ovviamente varrebbe tale somma se questo ragazzo avesse anche il secondo pezzo, ma noto con dispiacere che qui intorno non c'é: forse è stato distrutto." Kick lasciò cadere l'oggetto leggermente stizzito, ma Doc richiamò i due alla realtà con una spiegazione molto esauriente. "Questo ragazzo ha due tagli sulla schiena larghi e profondi, è graffiato su braccia e gambe, ha un altro taglio sul torace orizzontale, è bruciato in più punti, forse con ustioni dal secondo al terzo grado. Ha un braccio rotto, una caviglia slogata, per poco non gli usciva o una rotula o un menisco, ha la febbre alta sui quaranta ed inoltre ha una brutta ferita sulla testa che mi fa pensare ad una commozione celebrale...E voi state a discutere sul valore di un'arma, mentre questo qui è già un miracolo se è ancora vivo?!" I due si voltarono scusandosi per il loro disinteresse alla situazione ed esclamarono all'unisono. "Allora portiamolo subito al pronto soccorso più vicino!" Nel frattempo lo svenuto aveva iniziato a delirare un po' per via della febbre e più volte gli uscirono di bocca queste parole. "Bishop mi ha ingannato...I miei fratelli sono morti...Ho perso...Tutto..." E più nessuno rimase in quella casa.